domenica 26 ottobre 2014

I Paperoni del Medio Oriente

di Hillel Frisch*

Se le autorità di un qualsiasi Paese sviluppato al mondo, fornisse sussidi ai propri cittadini nel modo con cui la comunità internazionale dispensa aiuti ai palestinesi, sarebbe messa alla berlina per palese discriminazione, se non per razzismo. Sarebbe questa perlomeno la sentenza emessa da qualunque tribunale, chiamato ad esprimersi circa gli aiuti forniti a 4,2 milioni di palestinesi (stime Banca Mondiale), rispetto ai sussidi concessi all'Etiopia - un alleato dell'Occidente - o a qualsiasi altro stato africano.
Che ci sia una discriminazione è fuori discussione. Nel 2013 l'Etiopia ricevette 3,2 miliardi di dollari di aiuti finanziari. Nello stesso anno i palestinesi hanno beneficiato di circa 2 miliardi di dollari di donazioni; e questo prima dell'ultimo conflitto fra Israele e Hamas.
Apparentemente, questi dati non sembrano scandalosi: dopotutto gli etiopi ricevono il 50% di denaro in più rispetto ai palestinesi. Ma ci sono due aspetti, indispensabili per giudicare le modalità di assegnazione dei fondi, che modificano radicalmente il quadro.
Anzitutto, la popolazione etiope è venti volte superiore alla popolazione palestinese del West Bank e Gaza: stiamo parlando di 94 milioni di etiopi, rispetto a 4,2 milioni di palestinesi. Ciò vuol dire che in media un palestinese riceve 15 volte gli aiuti ottenuti dagli etiopi: 476 dollari, contro appena 35 dollari. Ma la discriminazione non finisce qui.

Il secondo criterio per valutare l'allocazione di risorse nei paesi sviluppati, è di beneficiare in misura proporzionalmente superiore i cittadini più poveri e disagiati. Per cui, non solo i più benestanti pagano proporzionalmente più tasse, ma ricevono meno servizi per i tributi che versano.
Applicando questo criterio alla nostra comparazione emerge che gli etiopi sono ben più bisognosi dei palestinesi, e non di poco. Il PIL pro-capite in Etiopia è di 500 dollari: uno dei più bassi al mondo. Nel West Bank e Gaza, in media, il PIL pro-capite ammonta a 2800 dollari. Non ci sono dati ufficiali relativi alla sola Gaza, ma ammesso che fosse anche la metà del dato complessivo, il PIL dei cittadini di Gaza sarebbe il triplo del PIL degli etiopi. Con questi ultimi che ricevono soltanto 1/15 degli aiuti di cui beneficiano i palestinesi, anche se risultano cinque volte più bisognosi.
È come se si scoprisse che a New York i residenti dell'Upper East Side ricevono servizi pubblici di valore 15 volte superiore ai residenti di Harlem.
Aspetto ulteriormente irritante di questa palese discriminazione: l'Etiopia è uno stato che partecipa attivamente alla lotta contro il terrorismo: fornisce il contingente più ampio alla forza di peace-keeping in Somalia, ad esempio, con i soldati etiopi che assieme a quelli di altri stati rischiano la vita nella guerra contro Harakat al-Shabab, una milizia sanguinaria affiliata ad Al Qaeda. I palestinesi, di converso, si dedicano essi stessi al terrorismo. Hamas, che governo Gaza ed è ben rappresentato fra i palestinesi, si è cimentato negli ultimi vent'anni in azioni terroristiche indiscriminate, che vanno dagli attentati suicidi al lancio di missili verso aree popolate da civili.


Gli aiuti finanziari internazionali, seppur non sempre direttamente, finanziano il terrorismo. I miliardi di dollari che Abbas spende a Gaza, 1/3 dei quali sono di provenienza internazionale, hanno finanziato le Brigare dei Martiri di Al Aqsa, una formazione paramilitare riconducibile al Fatah, il partito di cui lo stesso Abbas è presidente, e che ha lanciato missili e razzi contro le città israeliane. Sono gli stessi miliardi che consentono ad Hamas di tenere in pugno la popolazione palestinese a Gaza mentre destina tutte le risorse disponibili per aggredire Israele, pagando al tempo stesso gli stipendi di 25.000 insegnanti che dal 2007 a Gaza indottrinano i bambini all'odio ideologico nei confronti di Israele, e al jihad.

Questa palese discriminazione nel fornire aiuti internazionali trova riscontro anche se comparassimo i fondi devoluti ai palestinesi, e quelli diretti verso la Liberia: un confronto omogeneo per popolazione, ma non certo per tenore di vita: in Liberia gli indicatori di benessere si collocano sconsolatamente a 60 punti, rispetto ai 73 punti dei palestinesi. Il confronto fra palestinesi e kenioti, che al pari degli etiopi partecipano alla lotta contro il terrorismo, evidenzia lo stesso quadro.
La recente conferenza, che promesso nuovi fondi pari a 5 miliardi di dollari, per la "ricostruzione" di Gaza, rende queste comparazioni ancora più oltraggiose per la sproporzione a favore dei palestinesi.
Come si spiega tutto ciò?
In buona misura tutto ciò può essere spiegato con la convinzione, radicata fra europei e americani - i principali donatori internazionali (molti dei ricchi stati arabi del Golfo sono troppo impegnati a finanziare il terrorismo internazionale per occuparsi dei palestinesi) - che il denaro compri la pace e la tranquillità. Tuttavia, questa discriminazione può essere dovuta alla percezione che non valga la pena di impegnarsi per gli africani: il che potrebbe giustamente suonare come razzista.
Il presidente Obama si è impegnato nell'allestire una task force contro lo Stato Islamico. Sarebbe molto più facile, ma non meno necessario, assicurarsi che gli aiuti finanziari internazionali - in cui il peso degli Stati Uniti è rilevante - non giungano a soggetti che si dedicano al terrorismo; anziché perpetrare questa discriminazione a sfavore di Etiopia, Kenya, e tutti gli altri stati che oltretutto sono in prima linea per combattere i movimenti islamici radicali.

* Aid to the Palestinians: A Case of Flagrant Discrimination
su BESA Center.

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